domenica 15 dicembre 2013

Vestiti del cuore




Il primo capo a cui ho voluto bene è stata la felpa rosa delle medie, la mia preferita.
Separarmene è stato uno degli episodi più tristi della mia adolescenza, ma mi è stata accanto lungamente, indispensabile e sempre presente nelle giornate più importanti. L'ho amata tanto, e glielo ho sempre dimostrato finché ho potuto, indossandola fino a consumarla, fino a bucare le maniche a contatto con i banchi di scuola. La mia felpa aveva tutte le qualità che si sarebbero potute desiderare, e ai miei occhi di ragazzina era, se non proprio magica, sicuramente molto speciale. La comodità del tessuto felpato, di per sé, era un ottimo punto di partenza, senza contare l'ovvia ma preziosa presenza del cappuccio. Il colpo di fulmine è accaduto grazie al colore, rosa quanto bastava, non troppo carico né troppo tenue. Mi piaceva ostentare il mio amore per quella tonalità, che non era banalmente femminile, era il MIO colore preferito. Tengo a sottolinearlo; ricordo perfettamente con quanta serietà affrontai la decisione del colore preferito. Si trattava di una questione importante, che come tale necessitava un ragionamento tutt'altro che superficiale e che, non a caso, ha avuto diverse fasi. Bisogna specificare che negli anni novanta, almeno in quelli che ho vissuto io, una certa tendenza di stile portava la stragrande maggioranza delle femminucce a scegliere l'azzurro come proprio colore, per lo stesso principio con cui invece snobbavano principesse, tulle rosa, orsetti e cuoricini. Io credo che lo scopo fosse quello di andare controcorrente, in un impeto di ribellione di tante piccole femministe che lottano per la rivendicazione della libertà di scelta del colore azzurro. Mi adeguai, ma solo come soluzione temporanea, finché non trovai quella che mi sembrò ottimale. Io non avrei avuto un colore preferito; a me piacevano tutti e tutti sarebbero stati i miei colori, come quelli dell'arcobaleno. Enormemente soddisfatta, ho avuto il mio momento alternativo. C'è stata un'altra parentesi, che solitamente ometto perché non mi piace molto, ma per onor di cronaca accennerò anche alla mia fase arancione. Insomma, bisognava scegliere, e quella era la via di mezzo preferibile: colore del tramonto, non troppo giallo e non troppo rosso. Poi ho capito che avevo bisogno di dichiarare il mio amore, unico e incondizionato, per il rosa.
Ah, ultimo ma non meno importante, la mia felpa era famosa. Quando uscì il terzo film di Harry Potter e la vidi sullo schermo indosso ad Hermione, mi riempii di orgoglio per la mia super felpa rosa. Adesso, anche se probabilmente non si direbbe, fingo di essere grande, motivo per cui non posso nemmeno più vantarmi delle attrici che mi "copiano" il look. Ma la moda mi salva: ciò che adoro è come attraverso i dettagli o i tessuti permette ogni più piccola forma di espressione, mixando, sperimentando, accostando le più diverse idee. Così, qualcosa della mia infanzia e della mia adolescenza è rimasto anche nel mio modo di vestire, come una delle tante influenze; in fondo anche Goffmann dice che noi siamo(anche)ciò che indossiamo, e insomma, io non l'avrei saputo dire in modo più chiaro e conciso.
Fermo restando il mio amore per le felpe, oggi ho scelto un maglione cipria. La comodità c'è tutta, il rosa pure.
L.





giovedì 28 novembre 2013

Mani fredde, cuore caldo


Novembre. Sul mio calendario ho scritto: è un nuovo mese. Ero partita bene, ma io parto sempre bene; poi il tempo è volato, quello sì che, come parte, poi prosegue. Questo mese mi sembra trascorso talmente in fretta che non avuto nemmeno il tempo per constatarne i danni, perché, ora che è al termine, è tempo di bilanci, e i miei non lasciano spazio all'autocommiserazione. E poi è nato ludibyludovicamarcone, quindi tutto si azzera.
Una cosa però è arrivata questo novembre, e pare abbia tutta l'intenzione di rimanere: benvenuto gelo. È il freddo vero, con le palle e le contro palle-e pur non essendo una meteorologa a breve, suppongo, saranno per giunta di neve. Non vorrei sembrare una mammina iperprotettiva ed anche un po' logorroica, ma copritevi, mangiate, e idratatevi-è il minimo. La mia parola d'ordine è morbido, d'inverno tutto dovrebbe esserlo: le coperte, le maxi sciarpe, i cappucci pelosi dei piumini. L'alternativa vuole essere drastica: mani, piedi e naso dégradé, dal rosso intenso al blu indaco, labbra e guance erose dal vento di ghiaccio, neuroni fuori servizio causa ibernazione. Premessa ovvia, ma come forse avrete capito, ho i tempi un pochino lunghi. Il fatto è che, nel mio caso, non bastano i guanti, i cappelli di lana e nemmeno i caffè corretti. Riscaldare me è un'impresa complessa; mani fredde, cuore caldo. Per questo, oltre per il semplice fatto che è assolutamente adorabile, oggi voglio presentarvi lui, il mio tenerissimo orsacchiotto, fonte di calore, compagno inseparabile, di fatto estensione del mio corpo durante tutti i mesi invernali. Ok, è uno scaldino elettrico, una borsa dell'acqua calda, solo più comoda e funzionale, ma vogliamo parlare di quanto è bello? Punto primo, mi sorride. Punto secondo, ha un fiocchetto rosso, e io ho un debole per i fiocchi. Punto terzo, ha una durata di certo superiore a quella della media dei maschietti che hanno la presunzione di potervi meglio riscaldare con metodi alternativi. Va bene, forse nell'ultimo punto è emerso il mio lato cinico di circostanza, me ne rendo conto.
Beh, se ancora non avete il vostro teddy, io vi consiglio di cercarlo, sarà amore. Oppure, già che il Natale non è poi così lontano, potrebbe diventare un'idea regalo.
Pensate caldo.

L.


mercoledì 27 novembre 2013

Con un fiocco rosa tra i capelli

Il flusso della mia coscienza è continuo, freme. Parla su se stesso, per associazione di immagini e idee; vuole che io scriva, che scatti altre istantanee. 
Questa è l'ultima parte del mio elenco, ve lo giuro.


Il mio accappatoio rosa, il caffè, la cioccolata, lo yogurt, la cannella, il ristorante indiano, la cucina internazionale, le spezie, la neve, il Natale in Francia, i campi gialli di mostarda di Digione, sciare, le baite, quella bufera incredibile con il ghiaccio che bruciava sulla faccia e le lacrime che scendevano per il dolore strappate via dal vento, quando tu mi hai salvata, il suo soffio caldo che riscalda le mie mani, andare ad un appuntamento correndo per non far scoppiare il cuore prima di arrivare, continuare a farlo anche a tutti gli appuntamenti successivi, le farfalle nello stomaco, ritrovare Jane Austin che pensavo di aver perso, un regalo inatteso, una felpa calda, le bacheche con le foto, i biglietti d'aereo, i vestiti bianchi d'estate sulla pelle abbronzata, le spiagge bianche, i materassini, le traversate oceaniche, il gelato, le stelle, la luna, i panorami che mozzano il fiato, piangere di emozione, prendere le mani, le parole sussurrate, mettersi all'orecchio una farfalla rosa, i braccialetti porta fortuna, svegliarsi propositivi, andare in motorino da soli, andare in motorino con qualcuno, le panoramiche, guidare cantando a squarciagola, affezionarsi alla "P" di principiante e non volerla più togliere, incidere scritte su tavolini di legno, dire "ti voglio bene", dire "ti amo", sentirselo dire e sentire che è vero, andare allo stadio, guardare le partite di calcio, di calcetto, di football, correre in campo, fare quello che dice il proprio impulso, avere paura di farlo, ma farlo lo stesso, poi prendere decisioni pensate ed esserne certi ogni secondo di più, prendere un bel voto, scrivere, leggere, essere sopravvissuti alla matematica, alla fisica, alla chimica, parlare, ascoltare, guardare una persona stando in silenzio, nascondersi sotto le coperte, buttarsi a letto, dormire con qualcuno che si ama, che ti è accanto al risveglio, andare al cinema, andare a teatro, tirare sassolini in acqua, sedersi in riva al mare, le feste, le cene, i pranzi, il francese, aver fatto la ragazza pon-pon anche solo per una sera, i testi delle canzoni, le lettere d'amore, le cotte alle elementari, il ghiaccio che si scioglie, fare a palle di neve, buttarsi sulla neve fresca, mangiare la neve fresca, i mondiali di calcio, il cibo buono, e cucinarlo, tenere un diario, gli ultimi giorni di scuola, la nostra ultima sera prima del primo giorno di scuola, insieme, Moulin Rouge!, e sperare tutte le volte che Satine riesca a fuggire con Christian, parlare con i propri pupazzi facendo loro discorsi molto seri, fare la lotta, fare i versi, farsi prendere in giro e riderne a crepapelle, la tequila, sale e limone, fare scritte sulla sabbia, avere una sorella e sapere che nonostante tutto le vorrai sempre bene e che quel "nonostante tutto" e quel "sempre" sono veramente veri, usare "veramente" come rafforzativo di "vero", avere una buona memoria e ricordi ancora migliori, guardare l'alba, le poesie, fare le bolle nei bicchieri con le cannucce, le parole piacevoli al suono, la bella grafia, la notte, le lucciole, i fuochi d'artificio, mia mamma che sbaglia le parole in italiano, o i modi di dire, il cuore che mi si scioglie quando vedo che è triste, e il bisogno implacabile di abbracciarla, i pranzi della domenica di mia nonna, doverle dire "basta così" non appena inizia ad impiattare per via del suo scoppio ritardato, l'acqua fredda quando si ha veramente sete, ascoltare la musica dividendo le cuffiette, impacchettare i regali, mettersi un fiocco rosa in testa, i post-it, gli aperitivi con le amiche approvati all'unanimità, le rimpatriate, i bagni di notte, i bagni d'inverno, i bagni vestiti, i bagni nudi, prendere le onde, buttarsi in mare prendendo la rincorsa, le coccinelle, mia sorella che guarda sempre gli stessi film finché non li sa a memoria, i suoi filmati stupidi ma geniali, trovarli e guardarli di nascosto, e magari con i miei amici, il tè verde marocchino, fare discorsi esistenziali, le ultime due ore di matematica del venerdì, sopportarle solo grazie alle risate pazze, dare nomi ad oggetti inanimati, il cheescake, le mattinate newyorkesi con il cappuccino take away e il muffin gigante portato dalla mamma per colazione, la Tour Eiffel, i campeggi, i fiori secchi tra le pagine dei libri, le luci che si riflettono sul mare, i CD di Jovanotti, rotolare, le recite scolastiche, i saggi di danza e i merda-merda-merda dietro alle quinte, le caldarroste, l'arcobaleno, il tiramisù,  fare le crêpes, l'odore dei sigari, il fumo che esce dalle case, essere sul punto di addormentarsi sulla moquette del corridoio di un hotel alle 4.44 in condizioni critiche, l'odore di burro d'arachidi e noccioline tostate che si respira a New York, gli hamburger "quelli buoni", i buchi nei jeans, sottolineare le frasi nei libri, spalmare la marmellata, consolare le persone, pane olio e sale che mi faceva la nonna a merenda rigorosamente davanti ai cartoni animati, i fiocchi fluttuanti dei pioppi.

Sorridere di cuore, con un cappello alla francese

La mia lista non era completa(vi tocca)

i giochi dalla nonna, i giochi in paese,i falò di primavera, i falò in spiaggia, accendere fuochi, fare sorprese, cantare soli in casa in playback davanti allo specchio, fare la doccia, farsi lavare i capelli, le gite scolastiche, l'esame di maturità, fare shopping, i cappelli alla francese, guardare i film la sera con tutta la famiglia lottando per la postazione migliore sul divano, dedicare canzoni, dire "grazie", affezionarsi ai vestiti, ricordare le battute dei cartoni animati che si guardavano da bambini, le grigliate, il primo maggio sul monte Pu, sdraiarsi sull'erba, raccogliere fiori, ricevere fiori, pensare al futuro, amare dei ricordi, scegliere, andare sui roller, brindare, i rossetti, avere una vicina di banco bionda che quando entra un po' di luce in classe diventa dorata, volerle bene, respirare a fondo, le fotografie, i filmati, la birra, la cantina con la brandina e le candele di Halloween, il letto di camera sua, sdraiarsi per terra, credere in qualcosa, vedere papà come un supereroe, mangiare le ciliegie più grosse, rosse e perfettamente lucide dall'albero gigante dei nonni senza riuscire a smettere, guardare le stelle cadenti, l'odore delle brioches di mattina, i fari, le gite in canoa, le gite in pedalò, provare entusiasmo perché è lunedì sera e c'è una nuova puntata di Grey's anatomy, guardare il cellulare sperando di ricevere un messaggio e riceverlo in quell'esatto momento, voler bene ai posti, innamorarsi di odori e profumi, i dejavù, capire di aver sbagliato, ma sapere di essere più forte di prima, pensare a qualcuno è sentirlo vicino anche se è dalla parte opposta del mondo, essere felici di tornare per quello che ci aspetta a casa, essere felici di partire per quello che ci aspetta da scoprire, quella mattina in cui nonna mi ha insegnato a fare la torta di riso, aiutare nonno-pèpè a cucinare les escargots per la vigilia di Natale, il karaoke con gli amici, le parole crociate di gruppo, il poker, il poker alcolico, buon anno e io ti sposo, fare progetti, i musei d'arte, i parchi, i laghetti, andare in barca, guardare fuori dai finestrini e pensare che la luna ci segua, contare tutti gli animali che si incontrano durante un viaggio in macchina, innamorarsi di un paio di occhi o di un sorriso o di due mani, perdonare, sorridere di cuore, correre sotto la pioggia, i barbagianni, dire "brutto" ad un pavone perché apra la coda a ruota, le cacce al tesoro, il sapore del mare, l'odore del borotalco.


Sorridere di cuore, con un cappello alla francese.
Photo by Giulia Federigi

domenica 24 novembre 2013

Tramonti, sorrisi e muffins

Quando ho scoperto Il sale della vita, l'ho letto tutto d'un fiato.
È un libro piccolo, appena 150 pagine; un elenco di immagini, un flusso di ricordi che si susseguono per associazione nella mente della scrittrice, un viaggio nella memoria.
L'autrice è Françoise Héritier, antropologa allieva di Lévi-Strauss, a cui è succeduta nella cattedra di Antropologia sociale al Collège de France. Tra le pagine del suo libro la Héritier ritorna Françoise, non più l'antropologa ma la donna; eppure, in ogni dettaglio da lei raccolto e impressionato sulla carta come una fotografia, emergono la sua sapienza di studiosa dell'uomo, il suo amore per ciò che più intimamente lo anima e lo compone. Ogni parola è dotata di una forza speciale, contiene al suo interno una storia, rendendo quel libro timido un romanzo infinito.
Un lungo elenco, una serie di parole in sequenza e delle virgole, è bastato a cambiare la mia prospettiva. La forza delle parole, in tutta la loro potenzialità, è riuscita a smuovere in me ogni cosa bella che mi apparteneva, che in quel momento era scivolata giù, sommersa solo da un malumore estenuante. Non volevo essere una ragazza triste; mi sono lasciata investire completamente. Quando ho girato l'ultima pagina la mia mente, proprio come lo era stata quella della scrittrice, era ormai invasa dalle immagini, da tutte quelle cose che mi rendevano felice; ed erano così tante, crescevano su loro stesse, che non ho potuto fare a meno di scriverle. Anche io dovevo scrivere il mio personale elenco. Per giorni ho scritto su un'agenda rosa tutte le gioie a cui non posso rinunciare, che non voglio dimenticare. Per evitare che il mio ego smisurato dilaghi, ho scelto di diluire il mio elenco in diverse pagine, ma non voglio selezionare tra i miei ricordi, a costo di logorarvi e annoiarvi a morte: ognuno è speciale, e, magari, tra le parole si farà largo un tesoro prezioso in cui ritroverete qualcosa di vostro, che vi farà venire voglia di prendere carta e penna e iniziare, anche voi, la vostra lista.
"C'è una leggerezza, una grazia tutta speciale, nel semplice fatto di esistere"- dice la Héritier- ed io aggiungo che tutto il bello viene ancora dopo, e ce n'è tanto. Basta saperlo cogliere, anche nelle sottigliezze che ci alleggeriscono il cuore, anche nelle tristezze più grandi che ce lo appesantiscono.
Un giorno un amico speciale mi ha lasciato un commento, in fondo ad uno dei nostri romanzi preferiti, il manifesto della beat generation On the road (oh, la magia dei libri, che passano di mano in mano, e legano le persone). Oggi lo voglio citare, in questo piccolo inno alla vita.
Prendere in mano la vita e guardarla, tirarne fuori tutto il bello e il brutto, che poi è sempre bello. -G

E io comincio da questo: avere incontrato te. Cantare, ballare, prendere il sole sul viso quando l'estate si inizia a scorgere, o quando invece sta per andarsene ma ne resta ancora un po', fare le capriole in acqua, nuotare, immergersi, i tuffi, le urla liberatorie in motorino attraversando le gallerie "tanto non mi sente nessuno", parlare da sola " tanto non mi sente nessuno(spero)", gli abbracci che vorresti prolungare all'infinito, i baci, in bocca, sul collo, sulle mani, sulla fronte, sugli occhi, quelli dati e quelli ricevuti, le carezze, stupirsi per un momento mentre lo si sta vivendo, sentirsi fortunata, scriversi "libera" sul polso, guardarsi allo specchio e sentirsi bella(almeno per un po'), legarsi i capelli, slegarseli, toccarli, annusarli, uno sguardo, un sorriso, il mare, il tramonto, il terrazzo di casa mia, le passeggiate-mare, le panchine, viaggiare, prendere aerei, scendere dagli aerei e sentire un'aria nuova, ridere senza riuscire a contenersi, fare muffins. [...]

L.

venerdì 22 novembre 2013

Apnea

Oh, piccolo principe, ho capito a poco a poco la tua piccola vita malinconica.
Per molto tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza dei tramonti.
Ho appreso questo nuovo particolare il quarto giorno, al mattino, quando mi hai detto:
"Mi piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto..."
"Ma bisogna aspettare..."
"Aspettare che?"
"Che il sole tramonti..."
Da prima hai avuto un'aria molto sorpresa, e poi hai riso di te stesso e mi hai detto:
"Mi credo sempre a casa mia!..."
Infatti. Quando negli Stati Uniti è mezzogiorno tutto il mondo sa che il sole tramonta sulla Francia.
Basterebbe poter andare in Francia in un minuto per assistere al tramonto. Sfortunatamente la Francia è troppo lontana. Ma sul tuo piccolo pianeta ti bastava spostare la tua sedia di qualche passo. E guardavi il crepuscolo tutte le volte che volevi...
"Un giorno ho visto il sole tramontare quarantatré volte!"
E più tardi hai soggiunto:
"Sai... quando si è molto tristi si amano i tramonti..."
"Il giorno delle quarantatré volte eri tanto triste?"
Ma il piccolo principe non rispose.

(Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry)

Ogni volta che le liti e le incomprensioni mi toglievano il respiro, ad ogni distanza ed ogni silenzio che mi annodavano lo stomaco, per ogni dolore che è nato, ancorandosi dentro di me, la mia via di fuga è stata smettere.
Avevo imparato a scollegarmi, per un po'. Lo facevo ricercando qualcosa di profondamente intimo, a cui, quasi per una sorta di amore ancestrale, ero sensibile; cose semplici, che potevo prendere allungando la mano, cose belle. Allora capitava che scegliessi di andare a correre, o, se più della rabbia in me prevalevano tristezza e confusione, semplicemente camminavo. Decidevo in base al ritmo dei pensieri e a ciò da cui mi stavo allontanando. Il paesaggio, quello in cui ero cresciuta e che mi apparteneva, certe volte il freddo, che mi gelava il viso anestetizzando il dolore, forse anche l'endorfina, mi facevano stare meglio.
Se mi sentivo vuota, svuotavo anche tutto il resto. Buio su buio, tutto quello che riuscivo ad ottenere chiudendo la porta, spegnendo la luce, sotterrandomi sotto le coperte; mi appiattivo all'oscurità  della stanza, come se potessi azzerare quella che invece avevo dentro. Poi, però, uscivo sul terrazzo, mi sedevo sul pavimento, in quell'angolo di casa che mi appartiene più di tutti gli altri; non smettevo di pensare, non smettevo di provare emozioni. Cercavo ciò che mi portasse in un posto altro e che fermasse il tempo, addentrandomi in realtà sempre più tra i miei martellanti pensieri: scappiamo per
trovare noi stessi, dicono. Nel mio caso patologico, però, probabilmente è meglio quando non mi trovo. Il fatto è che mi fisso sulle cose, mi tormento fino allo sfinimento; giuro, a volte mi sto antipatica da sola. Ludovica, dovresti spegnere quel cervello, smetterla di pensare, smetterla e basta, ma è caratteriale: sono fatta così(male). C'è anche qualcos'altro, ancora più irritante. Il pianto, lento, soffocato, poi, nella peggiore delle sue evoluzioni, isterico; peggio di una bimba, come una femminuccia. Ho pianto fino allo svenimento, fino all'esaurimento, fino ad addormentarmi. Le mattine dopo mi svegliavo senza occhi, così gonfi che non li vedevo più; lo ho odiato con tutto il
cuore. Credo di aver tentato ogni modo per evitarlo, guardando in alto, ricacciando dentro le lacrime, tenendole dentro con tutta la rabbia e la forza che avevo; eppure mi scioglievo, sentivo che una parte di me se ne stava fisicamente andando. Non sono mai riuscita a combatterlo, era fisiologico.
"Odio quando piangi, lo sai, non lo sopporto."
"Non sto piangendo. È solo uno sfogo. Lo odio anche io."
Adesso ho smesso per davvero, ho smesso ogni cosa. Ricordo nei dettagli l'ultima volta in cui ho provato a far tacere pensieri e umori. Quel giorno strano era stato pieno, ma frettoloso, un susseguirsi veloce di cose dense, improvvisate eppure capaci di risultare impreviste. Era stato colmo della nostra
perfetta diversità, della sincerità con cui sapevamo ridere, del modo unico in cui ci amavamo; ma era
l'ultima volta che ridevamo insieme, l'ultimo amore. Ricordo tutto, eccetto il momento esatto in cui mi sono spenta. Non so se è successo quando è arrivato il silenzio, quando si è seduto davanti a me, quando mi ha guardata e poi ha preso coraggio, o quando ho sentito la porta chiudersi. Probabilmente il tempo si è fermato in quell'ultimo momento, o almeno è quello che ho pensato. Così ho sceso le scale, e ho fatto quello che facevo sempre, ho deciso di non guardare. Se solitamente aprivo il getto della doccia per lavare via le lacrime e il male, in quel giorno d'estate sono andata al mare, e poi mi sono buttata sott'acqua. Non sono più uscita da quell'apnea. Il tempo si è fermato, poi ha ripreso, lentamente, ad andare avanti, ma è diventato relativo. Il mio è un dolore strano, timido. Non so esattamente da cosa, ma si sta nascondendo; forse da me, perché, se lo vedessi, capirei che è finita davvero. Passano i giorni, passano su di me, e io non me ne accorgo. Non sento più. Ogni tanto ritorno da quell'apnea, ma non mi sento realmente qua.

Torneremo a scorrere.
L.

giovedì 21 novembre 2013

Ciao, mi chiamo Ludovica


Mi chiamo Ludovica. Mi piace proprio il mio nome.
Amo la bellezza, e con essa l'arte. L'universale nel particolare. Per me bello è ciò che è adeguato. Le cose speciali infatti, tutte quelle che brillano di luce propria, hanno come qualità fondante l'adeguatezza. E la perfezione è forse questo, quando dici "è proprio come deve essere".
Sono ipersensibile e un po' lo detesto. Mi emoziono, di fronte all'adeguatezza ma non solo. Mi vengono i brividi, le palpitazioni, e spesso vado in iperventilazione: il mio corpo, stupidamente, reagisce a tutto quello che gli dicono le mie emozioni. Questo è un problema, perché costituisce un continuo attentato al mio tentativo di stabilità. Se posso, evito ogni forma di squilibrio e, la cosa fantastica, è che il mio sforzo in tal senso è inversamente proporzionale alla mia riuscita. La cosa ancora più fantastica è che ho recentemente capito che è il mio essere incoerente a rendermi compiuta.
Ok, una cosa si sarà capita di me: divago. Troppo, lo so.
Cerco di farla un pochino più breve, se ci riesco. Scrivo da sempre, cose stupide e cose che, per me, sono importanti. Scrivo ovunque, con qualsiasi cosa io abbia a disposizione, per non perdere le idee; lo faccio da sempre, perché non solo è uno sfogo, ma è un modo per buttare fuori quello che ho dentro, visualizzarlo sulla carta, ordinarlo. Ora, semplicemente, sto provando a condividere tutto questo.

L.